Questa è l’esaltazione dell’imperfetto! Anticamente, e tuttora, per elaborare il loro calendario, gli uomini si avvalevano di “approssimazioni”. Il rapporto tra numeri sacri, spazio e tempo deriva da approssimazioni e non da leggi universali precise.
La “geometrizzazione” di spazio e tempo
L’invenzione delle dottrine esoteriche legate alla concordanza tra i numeri, la geometria e gli elementi della natura è certamente merito dei pitagorici: partendo dal suono emesso dalla vibrazione di corde messe in tensione stabilirono rapporti numerici fissi che per loro potevano avere a che fare con i segreti della terra e del cielo.
Pitagora era infatti un pensatore affascinato dall’idea di scoprire tutti i segreti della natura; ma era innamorato anche della musica e scoprì che due corde pizzicate insieme producono un suono armonico a seconda della loro lunghezza e tensione. L’atto stesso della scoperta, forse portava con sé il sapore del miracolo.
A queste proporzioni numeriche era associato anche un corrispettivo geometrico applicato pure nella valutazione del rapporto esistente tra le posizioni planetarie nel loro peregrinare in cielo e la posizione dell’uomo nel suo vivere in società e in un preciso luogo, quasi sempre considerato il centro dell’universo.

Si sviluppava così la “geometrizzazione” dello spazio e del tempo: due fattori divenuti indivisibili sotto l’unificazione di figure spaziali che i Platonici consideravano ideali ed eterne.
Venere e i suoi cicli
Ma furono i Babilonesi a tracciare per primi questo percorso in cui vi era una parallelo tra la natura e i numeri.
Particolare enfasi venne data soprattutto a quelli estrapolati dai cicli di Venere durante i suoi passaggi al sorgere e al tramontare.
In antica Babilonia, infatti, la dea Ishtar, espressione divina del pianeta Venere, oltre a essere effigiata come una donna alata veniva rappresentata con una stella a otto punte.
Il numero otto si riferiva al suo ciclo sinodico, ossia al numero di anni occorrenti affinché si compissero 5 congiunzioni inferiori col Sole, ovviamente prima che essa tornasse approssimativamente sulla stessa posizione zodiacale di partenza.
Così i Babilonesi, e forse chi prima di loro, avevano trovato il parallelo tra le caratteristiche del pianeta in rapporto al Sole, il ciclo delle semine, e lo spazio fisico e sociale.
Il simbolo della stella a otto punte non era solo una figura astratta, ma era il simbolo del comportamento del pianeta, antropomorfizzato perché funzionale alla vita sociale e culturale della comunità: scandiva un ciclo costituito da 5 tappe fondamentali.

A ciò arrivarono tramite le loro osservazioni: spazio e tempo erano divenuti inscindibili per la costruzione di una dottrina fondata sui numeri.
Il numero 7
Per facilitare questo compito Babilonesi e Maya edificarono i loro templi-osservatori astronomici con la speranza di vedere il punto da cui gli “Dei salivano al cielo”.
Ergersi su quelle grandi torri significava avvicinarsi al divino, cioè quasi praticamente afferrare i pianeti nel loro solcare il cielo stellato.
Ogni piano della torre, Ziqqurat, era per l’adepto uno stadio evolutivo verso la conoscenza e verso l’acquisizione di una verità rivelata dal sacerdote consacrato al Dio Nabù (Mercurio) ossia l’astrologo.
Sette erano i piani delle torri come sette sono i pianeti osservabili a occhio nudo, compresi Sole e Luna, la coppia sacra da cui si dipana la geometrizzazione del tempo e dello spazio.
Lo spazio geografico e lo spazio interiore
È dal rapporto tra questi due astri che nasce il calendario così come la divisione del cielo stellato affinché i naviganti potessero orientarsi al buio; è da qui che nasce l’idea della contrazione e dell’espansione che trova un corrispettivo sia dal punto di vista della conquista dello spazio geografico e sia del proprio spazio interiore.
L’idea del fuggire dal centro ossia da sé stessi, per poi farvi ritorno è una costante dell’uomo antico e moderno.

L’adepto che supera le sette stazioni prima di raggiungere l’apice della torre si preparava così a slegarsi dalla sua condizione spaziale terrena per divenire spettatore di una nuova geometrizzazione da interiorizzare: il cielo, i pianeti, le stelle, l’orizzonte, saranno visti con gli occhi di chi accede a uno spazio sacro che conduce al punto di massima elevazione fisica e spirituale.
Ma quello non sarà altro che l’inizio di un percorso che vedrà l’adepto (quasi sempre figlio dell’astrologo) cimentarsi nella tecnica dell’osservazione.
Vedere il mondo da una visuale più ampia doveva equivalere a un allargamento della propria coscienza e il ché mette in evidenza la stretta connessione tra l’ascesa e le dimensioni cognitiva, emotiva e religiosa dell’individuo.
La cultura definisce la vita
Tornando alla questione dei numeri, sappiamo bene che dodici sono i segni zodiacali come dodici sono le lune piene da un solstizio d’estate all’altro mentre sette sono i giorni della settimana perché sette è il numero dei corpi celesti mobili prima della scoperta di Urano, Nettuno e Plutone.
Sappiamo pure che la logica tuttora attuale era quella di associare ogni giorno a un pianeta (Luna=Lunedì, Marte=Martedì, Mercurio=Mercoledì etc. etc.). Ma se gli antichi fossero stati già a conoscenza di Urano, Nettuno e Plutone, il tempo quasi certamente sarebbe stato diviso in maniera diversa: non più una settimana ma una “decimana”.
Questo accadrebbe se solo volessimo dividere il mese in tre decani e non in quattro cicli di sette giorni come facciamo tuttora.
Questo sarebbe accaduto se gli antichi, con tali moderne conoscenze, lo avessero fatto in passato.
E lo spazio-tempo avrebbe assunto una geometrizzazione diversa con tutto quel che ne consegue sotto il profilo dell’organizzazione sociale e dei riti da compiere per mettersi in comunione con il cosmo.
Perciò è innegabile che la questione geometrica sia fondamentalmente culturale.
Il valore numinoso presente nei numeri dipende dalle scelte di certi popoli, da quel che per loro è rilevante prendere in considerazione.
Il numero sette, dunque, è un numero mistico, metafisico, sacro, ma nella misura in cui si accetta quella logica di calcolo del tempo.
Una logica utile in antichità, ma che oggi per alcuni sembra sbilenca dato che i corpi astrologici sono aumentati.

Ed è chiaro che la logica di quei tempi fosse strutturata sulla teoria della luce: 7 erano i corpi celesti visibili a occhio nudo e perciò la radiazione luminosa doveva avere pressappoco la stessa funzione dell’idea di coscienza, illuminazione.
La comodità del passato
Senza contare, però, che per i moderni astrologi Urano, Nettuno e Plutone, i pianeti invisibili a occhio nudo, infatti sono al di là della coscienza individuale perché riguardano i movimenti delle grandi masse di persone e le intere generazioni.
Però per convenzione continuiamo a contare il tempo così come abbiamo appreso, così come ci è stato tramandato; e lo facciamo per abitudine e comodità.
L’obbiettivo era quello di pareggiare il numero dei corpi celesti mobili con il ciclo lunare di ventinove giorni e perciò si giungeva al famoso sette per quattro= ventotto giorni, una cifra non precisa, ma assai vicina al ciclo effettivo della Luna.
Anticamente, e tuttora, per elaborare il loro calendario gli uomini si avvalevano di “approssimazioni”.
Perciò le misurazioni sono sempre state arbitrarie.
Per esempio, sebbene si dica che i Maya avessero un calendario che considerasse persino i secondi d’arco, si tratta pur sempre di approssimazioni.
Insomma, applicavano un conteggio millimetrico del tempo ma partendo da stime approssimative del rapporto tra Sole, Luna e Venere.
Lo stesso continuiamo a fare oggi: l’anno dura 365 giorni, ma è un’approssimazione. In realtà sappiamo che dura qualche ora in più e il calcolo varia ancora a seconda del nostro punto di riferimento, che sia il Sole o una stella lontana.
Ma tutti siamo pronti a stappare lo spumante a cavallo tra il 31 Dicembre e il primo di Gennaio: abbiamo diviso il tempo in maniera convenzionale e approssimativa per far combaciare il movimento di rotazione terrestre con quello di rivoluzione.
Siccome questo movimento non è perfettamente sincronizzato si usano approssimazioni.
L’esaltazione dell’imperfetto
Quindi è anche vero che il rapporto tra numeri sacri, spazio e tempo deriva da approssimazioni e non da leggi universali precise.
Questa è l’esaltazione dell’imperfetto.
Sembra che l’uomo cerchi di trovare la perfezione pur usando misurazioni imperfette; ed è questo un tentativo di emancipazione rispetto alla natura e allo stesso tempo il mezzo tramite cui crea un legame indissolubile con essa.
Ecco: il numinoso, lo spazio sacro, la geometrizzazione del tempo e dello spazio forse non sono altro che l’eredità inconscia di un uomo che vuol vincere sulla natura pur senza rinnegarla.
E la consapevolezza che i propri mezzi di misurazione del tempo siano limitati nonostante l’ingegno, significava e significa a volte tuttora, che la natura è vittoriosa e che pertanto va rispettata perché nasconde una perfezione che non sappiamo ancora scorgere totalmente ma che le diamo a prescindere.
Data sulla fiducia e la speranza che un tempo saremo in grado di siglare per sempre.
Forse il carattere numinoso delle cose risiede proprio in questa fiducia nel futuro.
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